In viaggio attraverso gli occhi di Paolo Rumiz

Appena concluso a Cividale il festival “Der Wanderer”, quanto mai ricco di
incontri e musica
di Avi Balsutig, Liceo Scientifico Paolo Diacono, Cividale

Non soltanto Mitteleuropa, a Cividale. Il festival che si ò appena concluso,“Der Wanderer”, il viaggiatore, ha portato infatti musica e letteratura addirittura dalla penisola scandinava. Quattro giorni di concerti e di incontri con scrittori, poeti, giornalisti incentrati sul tema del viaggio. Tra i relatori, il giornalista Paolo Rumiz, che nella splendida cornice della seicentesca villa de Claricini Dornapacher, ha dato la sua qualificata definizione di "viaggiatore".

Indubbiamente un grande viaggiatore, Rumiz, oltre che un grande giornalista, che è riuscito ad incantare il pubblico e a trasmettere bene le motivazioni che lo spingono a intraprendere un nuovo viaggio le sensazioni che prova ogni volta.
La conversazione, che aveva come titolo "Acqua e Foreste del Nord, divagazione" è partita da un suo viaggio del 2008 nella penisola scandinava, assieme alla fotografa e giornalista polacca Marika Bulaj. Cita spesso Kalevala, Rumiz, ma per un bel poʼ il pubblico - il pubblico non esperto - non capisce di cosa si tratti.

Solo dopo un bel poʼ si capisce che il misterioso Kalevala è una specie di Odissea, o meglio di Canto dei Nibelunghi, ma nato ancora più a Nord, a ridosso del Circolo Polare Artico, tra Finlandia e Russia, nel 1800. E che nel convegno di Cividale è stato presentato un importante saggio che raccoglie gli studi su quel antico poema.

Parlando quasi a ruota libera, Rumiz ha parlato di politica, di economia, di storia. Ha raccontato gli ultimi anni del 900, dal punto di vista di uno che li ha vissuti. Eppure ha soprattutto raccontato di uno splendido viaggio: un viaggio fatto con bus, treni, traghetti e autostop; 7000 km da Nord a Sud, lungo la frontiera orientale dell'Europa, dall'Artico al Mediterraneo. Non sono mancate ampie divagazioni e aneddoti nei quali il giornalista triestino ha esaltato sia la calorosa accoglienza che i popoli trovati lungo il percorso gli hanno riservato, sia la bellezza, o meglio "magia" come lui la chiama, dei paesaggi: le differenze tra il cielo, gli alberi, i colori e le temperature di quei posti lontani lo hanno affascinato profondamente. "Gli alberi raccontavano le latitudini in cui mi trovavo: vedere un tiglio o un castagno mi faceva pensare di essere sempre più vicino alla mia meta". In questo caso la meta era casa. Ma solo per poter ripartire per un nuovo stimolante viaggio. Un bel traguardo per uno a cui la maestra, quandʼera alle elementari, aveva detto che “scriveva con i piedi”